Un anno di letture – prima parte

Le vacanze di Natale sono per me l’occasione per terminare alcune letture professionali, soprattutto libri, che da un po’ di tempo aspettano di essere concluse. Di alcuni di questi libri parlo qui, lasciando a futuri interventi gli altri.

Più che recensioni si tratta di un insieme di spunti che ho trovato particolarmente utili nel mio lavoro, anche se in alcune occasioni non nascondo la delusione nel trovarmi di fronte a qualche prodotto che avrebbe potuto essere migliore.

Di solito non lascio questi libri intonsi: mi piace sottolineare frasi e paragrafi che ho trovato significativi, e che in qualche caso riporterò.

The cult of the amateur – Andrew Keen

Non si può certo dire, dopo averlo ascoltato al Le Web 3, che Andrew Keen sia una persona che sprigioni simpatia.

The cult of the amateurLo stesso tono si trova anche nel libro che ha scritto lo scorso anno, il cui sottotitolo la dice lunga: “How today’s internet is killing our culture”.

La tesi di Keen è presto detta: il web 2.0 è un’accozzaglia di contenuti il cui valore è paragonabile a quello della spazzatura, anche Wikipedia non si salva; la nascita dei siti di social networking non ha fatto altro che spostare gli incauti fruitori di informazione da siti giornalistici rinomati e specializzati a fonti di dubbia professionalità, portando alla morte diverse testate; combattere contro i contenuti liberi, anche se scadenti, è impossibile per le grandi major discografiche e cinematografiche.

Un testo da evitare, quindi? Tutt’altro. Al di là di queste e altri frasi sensazionalistiche, il libro di Andrew Keen evidenzia correttamente alcuni aspetti ancora poco chiari dell’economia basata su questo web 2.0.

Keen si chiede per esempio chi siano i proprietari di tutto il contenuto che produciamo con tutte queste piattaforme di social networking. Sottolinea anche la necessità, soprattutto per i più giovani, di maturare una forte coscienza critica che permetta di discernere tra la moltitudine di contenuti a disposizione, piuttosto che soffermarsi alla prima fonte trovata.

Qualche citazione

  • Giornali e riviste, tra le più affidabili fonti di informazione del mondo in cui viviamo, stanno crollando, grazie ai blog gratuiti (pagina 8, mia traduzione)
  • Chi è il proprietario del contenuto creato [su Myspace]? Questa definizione nebulosa di proprietà, unita alla facilità con cui possiamo copiare e incollare il lavoro di altri come se fosse nostro, è risultato in una serie di appropriazioni della proprietà intellettuale (pagina 23, mia traduzione)
  • Il culto dell’amatore fa si che sia difficile capire quale sia la differenza tra lettore e scrittore, tra artista e manipolatore, tra amatore ed esperto. Il risultato? Il declino della qualità e affidabilità dell’informazione che consumiamo (pagina 27, mia traduzione)
  • Ogni casa discografica defunta, ogni reporter lasciato a casa, ogni libreria chiusa sono la conseguenza del contenuto libero generato dagli utenti in internet (pagina 27, mia traduzione)
  • Ogni visita all’informazione libera di Wikipedia significa un cliente in meno per un’enciclopedia professionale come l’enciclopedia Britannica (pagina 29, mia traduzione)
  • Il talento è una risorsa limitata. Non troverete del talento dietro l’individuo annegato nel suo pigiama davanti al computer, che se ne esce con assurdi interventi nel suo blog o recensioni anonime di film. Alimentare il talento richiede lavoro, capitale, esperienza, investimenti. Richiede l’infrastruttura dei media tradizionali – i talent scout, gli agenti, gli editori, i pubblicisti, i tecnici, il marketing. Il talento è costruito dagli intermediari. Se togliete gli intermediari, togliete anche lo sviluppo dei talenti. Ecco perché l’economia espressa in “The long tail” di Chris Anderson è sbagliata (pagina 32/33, mia traduzione)
  • Su Wikipedia, 2 più 2 a volte fa 5 (pagina 40, mia traduzione)
  • Nel culto dell’amatore, quelli che sanno di più possono essere soffocati da quelli che sanno di meno (pagina 43, mia traduzione)
  • L’informazione gratuita non è gratuita, perché dobbiamo considerare il tempo speso per leggerla con occhio scettico (pagina 46, mia traduzione)
  • La responsabilità di un giornalista è quella di informarci, non di conversare con noi (in risposta a We The Media di Dan Gillmor, pagina 49, mia traduzione)
  • Google è un parassita, perché non crea contenuto (pagina 135, mia traduzione)

Voto

6.5 su 10

Si consiglia di consumare in abbinamento con

  • We the Media, di Dal Gillmor
  • The Long Tail, di Chris Anderson
  • Cultura Convergente, di Henry Jenkins (recensione in questo stesso intervento)
  • Arcipelago Web, di David Weinberger (recensione in L’eredità di Small Pieces Loosely Joined)

Altre informazioni

The cult of the amateur, di Andrew Keen, pubblicato da Doubleday, circa 230 pagine, 22.95 dollari

Cultura convergente – Henry Jenkins

Cultura convergentePer chi ha trovato semplicistico e fuorviante quanto raccontato da Andrew Keen in “The cult of the amateur” viene in aiuto, quasi troppo, questo libro di Henry Jenkins. In questo testo si parla di come i produttori di media (televisione, cinema, editoria) sempre più utilizzino mezzi diversificati per fidelizzare i propri utenti e di come, allo stesso tempo, i fan di questi prodotti utilizzino gli stessi media per amplificare e arricchire la loro esperienza.

Ogni capitolo, in questo libro, ruota intorno al dualismo (a volte in contrapposizione, altre in partecipazione) tra azienda produttrice e consumatore, più che altro consumatore affezionato e appassionato, vero e proprio fan.

Appassionati della serie televisiva “Survivor”, che condividono via web le loro analisi per cercare di scoprire, prima che sia reso noto a più, chi ha vinto il reality, e in quale location è stato girato. Appassionati di “American Idol”, tanto appassionati da essere ricercati dagli sponsor della trasmissione. Appassionati di “Star Wars”, che realizzano film amatoriali, alcuni dei quali con effetti e sceneggiature di tutto rispetto (come per esempio Star Wars Revelations). Ragazzini appassionati di Harry Potter che realizzano racconti e avventure che trattano temi secondari rispetto alla saga, ma non per questo meno importanti.

In alcuni casi queste produzioni amatoriali non sono viste di buon occhio da chi detiene il copyright, aziende con il timore di perdere il controllo su quella che considerano essere la loro gallina dalle uova d’oro. Qui rientra la maggioranza dei casi. In pochi altri invece, dopo una prima fase di cautela, le aziende produttrici si sono dimostrate tolleranti riguardo le produzioni dei loro fan, fino ad arrivare a coinvolgerli attivamente, mettendo loro a disposizione materiale dedicato e promuovendo concorsi e incontri. Sempre, però, definendo chiaramente i limiti da non superare. Le aziende produttrici si stanno comunque rendendo conto che lo zoccolo duro dei propri utenti, i veri e propri fan, sono la fonte più preziosa di guadagno, sia diretto, sia indiretto, grazie alla visibilità che i gruppi di utenti oggi riescono a raggiungere grazie a strumenti quali il web.

Jenkins cita nel libro un testo scritto da Peter Walsh (e recuperabile in internet, That Withered Paradigm: The Web, the Expert, and the Information Hegemony) e che tratta della differenza tra “il paradigma dell’esperto” e “l’intelligenza collettiva”, cioè di come internet e i media sociali stiano cambiando il modo di intendere il ruolo della competenza e professionalità. Una lettura consigliata.

Quello di Jenkins è un testo che non sembra avere dirette influenze verso chi sviluppa un sito web, ma solo a prima vista. Penso in particolare alla corposa sezione in cui Jenkins sottolinea l’importanza, per un’azienda, di non considerare i diversi media con cui si presenta ai clienti come compartimenti tra loro stagni.

Certo, Jenkins fa riferimento prima di tutto alle produzioni cinematografiche di Hollywood e ad esempi come la trilogia di Matrix, in cui il film, il videogame, i cartoni animati e i fumetti sono stati progettati come facenti parte del medesimo universo. In realtà questo dovrebbe essere vero anche per il sito dei nostri clienti. Quante volte ci troviamo a lavorare con foto e contenuti che sono stati pensati esclusivamente per il cartaceo, senza che qualcuno si sia preoccupato (in tempi “non sospetti”) di realizzare il materiale da utilizzare anche per il sito web?

Cultura convergente è un testo appassionante, soprattutto perché chi lo scrive è prima di tutto un fan e non lesina aneddoti e “casi studio” davvero curiosi. A dire il vero si sarebbe potuto forse rinunciare ad approfondire così nel dettaglio i diversi esempi, senza per questo togliere importanza al lavoro dell’autore. Unica vera nota negativa la presenza di svariati refusi nella traduzione italiana.

Qualche citazione

  • La convergenza tra media è molto più che un semplice cambiamento tecnologico, alterando invece i rapporti tra i pubblici, i generi, i mercati, le imprese e le tecnologie esistenti (pagina XXXIX)
  • La convergenza è sia un processo discendente, dall’alto verso il basso, guidato dalle corporation, che una dinamica ascendente, dal basso verso l’alto, guidata dai consumatori (pagina XLI)
  • Ciò che tiene unita un’intelligenza collettiva non è il possesso del sapere, ma il processo sociale di acquisizione della conoscenza in quanto dinamico e partecipativo (pagina 34)
  • Quando la gente guarda un programma che le piace, è più sensibile agli spot che vanno in onda (pagina 42)
  • La fedeltà al brand è il santo graal dell’economia affettiva grazie alla “regola 80/20”: per molti prodotti di consumo, l’80% degli acquisti è effettuato dal 20% dei consumatori (pagina 56)
  • Le aziende che allentano il controllo sul copyright attireranno i consumatori più attivi e impegnati, mentre quelle che spietatamente fissano limiti ben precisi si troveranno una fetta sempre più piccola del mercato (pagina 166)
  • La migliore soluzione legale per uscire dalle sabbie mobili potrebbe essere una riforma normativa sull’uso equo, che renda legittima la circolazione di saggi critici e storie a commento di contenuti mediatici, qualora essa sia di origine grassroots e non finalizzata al profitto (pagina 202)
  • I candidati possono costruirsi la propria base su internet, ma hanno bisogno della televisione per vincere le elezioni (pagina 231)

Voto

8 su 10

Altre informazioni

Cultura convergente, di Henry Jenkins – Titolo originale Convergence Culture – pubblicato in italia da Apogeo – 370 pagine – 22.00 euro

Learning jQuery

Learning jQueryIn più di un’occasione ci siamo trovati, lo scorso anno, a realizzare progetti (soprattutto intranet) in cui utilizzare interazioni Ajax più o meno complesse.

Tra i diversi framework disponibili la scelta è caduta su jQuery, più per caso che per scelta accurata. Di documentazione in rete relativamente a jQuery non c’è che l’imbarazzo della scelta. Vista la volontà che sia web designer, sia sviluppatori potessero in futuro lavorare con jQuery, quello che cercavamo era un testo che si proponesse di partire dalle basi, anche visto l’efficace utilizzo delle nomenclature in stile CSS di jQuery, senza dare troppe competenze per scontate.

E Learning Jquery riesce, quasi sempre, a raggiungere questo scopo. Esagererei se dicessi che sia sufficiente conoscere HTML e CSS per padroneggiare i concetti espressi, senza aver mai visto una riga di Javascript. Non è così: Javascript va conosciuto, ma soprattutto è necessaria un’infarinatura sul funzionamento di un linguaggio di programmazione.

Quello che gli autori sono riusciti a fare bene è introdurre i diversi concetto della programmazione in jQuery a progressivi livello di difficoltà, cercando allo stesso tempo di realizzare un esempio didattico completo, nello specifico il catalogo di un sito di ecommerce di libri. L’editore e gli autori hanno anche saputo resistere alla facile tentazione di includere nel testo anche una guida di riferimento, al solo scopo di aumentare il numero di pagine e di conseguenza il costo.

La reference guide esiste però come testo acquistabile a parte, redatto dagli stessi autori ed è decisamente ricca di esempi, anche se la maggior parte è a dire il vero un po’ troppo banale.

Il testo di Learning jQuery nasce per opera degli autori del blog che porta lo stesso nome, learningjquery.com. Poiché è il libro a nascere dopo il sito, e non viceversa, non si corre per fortuna il rischio di trovare interventi fermi a mesi fa; il blog è in realtà molto aggiornato e, indipendentemente che decidiate o meno l’acquisto del testo, è una sicura risorsa di interesse da aggiungere al proprio lettore di feed.

Informazioni

Learning jQuery, di Karl Swedberg, Jonathan Chaffer – edito da Packt Publishing – pagine 380 – 36.99 euro

Organizzare la conoscenza

Organizzare la conoscenzaOrganizzare la conoscenza parla di architettura dell’informazione e quindi potrebbe sembrare che, in qualche modo, “faccia concorrenza” con quella che viene considerata la bibbia dell’architettura dell’informazione: Information Architecture for the World Wide Web di Lou Rosenfeld e Peter Morville. Forse è anche per questo che il testo ha atteso nel mio scaffale un anno buono prima di essere letto.

In realtà così non è. Il respiro di Organizzare la conoscenza è infatti più ampio e abbraccia, oltre al web, anche altri ambiti, come per esempio l’ambito bibliotecario, che è poi la culla dell’architettura dell’informazione.

Può sembrare un controsenso, ma iniziare un testo come questo dalle biblioteche per poi arrivare all’architettura dell’informazione sul web permette di introdurre e approfondire concetti che Rosenfeld e Morville hanno trattato solo marginalmente, rendendo più chiaro quello che è il lavoro di un architetto dell’informazione nel web.

Tra i diversi capitoli, ho trovato particolarmente illuminanti i centrali, il quinto, sesto e settimo. Più che per le definizioni e i concetti espressi (faccette, classificazioni gerarchico-enumerative, tesauri, gerarchie, ecc.), che si ritrovano in Information Architecture for the World Wide Web, sono stati gli esempi a chiarire alcuni dubbi. La directory di Yahoo!, per esempio, utilizza uno schema di classificazione ibrido con categorie non mutuamente esclusive, situazione abbastanza comune per i siti web.

Se avete acquistato Information Architecture for the World Wide Web e sentite di aver bisogno di qualche esempio in più per fissare i concetti appresi, questo testo potrebbe fare al caso vostro.

Informazioni

Organizzare la conoscenza – di Claudio Gnoli, Vittorio Marino, Luca Rosati – edito da Hops Tecniche Nuove – pagine 214 – 18.90 euro

Saper comunicare

I giudici della competizione di startup qui a Le Web 3 hanno detto la loro sui prodotti presentati, ma anche sulle presentazioni di accompagnamento. Tra le critiche condivise:

  • mancanza di obiettivi precisi – quale è il problema che si tenta di risolvere?
  • minuti spesi a parlare della startup invece del prodotto
  • molte startup risolvono problemi troppo piccoli, hanno paura di osare di più
  • speaker “titubanti”, presentazioni non pensate e progettate a dovere (“ogni minuto deve essere programmato, limato, imparato a memoria”)

Di presentazioni “titubanti” ne ho viste parecchie quest’anno, indipendentemente dall’importanza dello speaker, da Londra a Milano, da Roma a Parigi. Anzi, con l’aumentare di queste conferenze che ruotano attorno ai temi del web 2.0 sembra che la qualità delle presentazioni ne abbia sofferto. Dopo anni in cui l’elenco puntato di Powerpoint sembrava essere stato condannato a morte, capita sempre più spesso di imbattersi in dense slide con carattere corpo 12 lette parola per parola dallo speaker.

Le Web 3 in pillole

Semplicità. Questo forse il termine più adatto per raccontare la prima giornata di Le Web 3, a Parigi.

  • Semplicità come filo conduttore dello sviluppo di Twitter, secondo quello che ha raccontato Evan Williams. Twitter è un’applicazione che deve poter funzionare perfettamente anche con il cellulare, via SMS. Per questo si è scelto di limitare le caratteristiche dell’applicazione, al fine di poter servire le diverse periferiche da cui è possibile accedervi. “L’uso del cellulare ha i suoi limiti, per cui l’interfaccia deve essere molto, molto semplice”. “Aggiungere dei vincoli a un’applicazione può aiutare l’utente”.
  • Semplice è anche il design dei prodotti secondo Philippe Starck. “Minimizza l’essenza, rendi invisibile, togli materia”
  • Semplicità è una delle caratteristiche dei progetti di casa Google, raccolta sotto l’ombrello di velocità. “Costruisci in fretta un semplice prototipo, lancia il prodotto sul mercato e genera feedback dagli utenti”.

Semplicità, cioè il tema del libro che mi accompagna in questi giorni in giro per Parigi, The Laws of Simplicity, 10 regole per migliorare il design dei prodotti, raccontate in 100 pagine. Una lettura consigliata, a partire dal (per una volta) ricco blog di supporto.

Ecco altri pensieri raccolti nel corso di questa intensa giornata, cominciata alle 8.30 e che probabilmente non terminerà per le 19.30, come da programma:

  • il valore di un’identità online è direttamente proporzionale alla sua età (Chris Alden, SixApart)
  • abbiamo commesso 2 errori in Facebook. Il primo è stato di reagire in ritardo alle legittime richieste di funzionalità dei nostri utenti, il secondo è che non abbiamo spiegato nei dettagli l’introduzione di altre funzionalità (Dan Rose, Facebook)
  • il web 2.0 è dominato da aziende di tecnologia, che non sanno cosa cosa sia la cultura, ma ragionano esclusivamente in termini di pubblicità, non capendo nulla dei contenuti che sono riversati dagli utenti. Altro che “everyone is a producer”! (Andrew Keen, autore di The cult of amateur, testo critico nei confronti del web 2.0)
  • chiunque si trovi a gestire un servizio di social networking di successo non sa fino a dove spingersi per permettere all’utente di portare fuori dal servizio le proprie informazioni, e condividerle per mezzo di API o altri strumenti. Non lo sa perché non è ancora chiaro quale sia il modello di business di questi servizi, e quindi quali informazioni siano monetizzabili (Tariq Krim, Netvibes)
  • Perché un’azienda dovrebbe aprire i cancelli delle proprie applicazioni? Perché se non lo fa lei, lo farà qualcun altro (Marc Canter, Broadband Mechanics)

L’organizzazione di Le Web 3 quest’anno non ha lesinato negli spazi. Oltre al grande auditorium un intero padiglione è dedicato alle startup e un altro al “social networking” tra i professionisti e appassionati del settore.

Per chi è interessato a qualche ulteriore dettaglio sulla conferenza, consiglio la serie di interventi in liveblogging sul sito di Bruno Giussani, davvero dettagliati, tra cui:

In un blog del Guardian c’è inoltre la trascrizione dell’infuocato confronto con Andrew Keen.